Un percorso di avvicinamento

Spinta dall’aumento dell’aspettativa di vita e dall’insorgenza di patologie croniche difficilmente sostenibili nel lungo periodo da qualsiasi modello sanitario, la ricerca medica negli ultimi anni si è concentrata su come determinati stili di vita – in particolar modo tramite la prevenzione – siano in grado di influenzare positivamente o negativamente lo stato di salute della popolazione generale.

Già da diversi anni, il tema della prevenzione è diventato, anche nel sentire comune, strettamente collegato all’alimentazione; sul legame prevenzione-alimentazione l’industria ha infatti ampiamente lavorato in termini di comunicazione verso la popolazione generale.

La seconda importante strada che la ricerca ha aperto è, invece, legata alla raccolta di evidenze su come regimi alimentari controllati possano, se non risolvere, almeno determinare la parziale remissione o il rallentamento di determinate patologie, soprattutto quelle cronico-degerative. La ricerca medica negli ultimi anni ha, infatti, evidenziato come molti alimenti siano “sostanze biologicamente attive”, con effetti simili e sovrapponibili a principi farmacologici correntemente utilizzati. E’ ormai cosa accertata in tutti i testi medici che ogni singola molecola ingerita sotto forma di cibo, una volta assimilata dal nostro organismo, agisca nelle maniere più disparate. In un recentissimo articolo apparso su Science, sulla scorta di quanto sappiamo circa il nutrient sensing ed il nutrient signalling cellulare, si postula addirittura un’azione ormono-simile di alcuni macronutrienti, in grado di modificare il signalling cellulare o capaci di  svolgere un’azione di long term regeneration.

“il problema infiammatorio – afferma il Professor Massimo Campieri, docente di medicina e chirurgia  all’Università di Bologna e Direttore della Struttura Semplice Dipartimentale per le Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali dell’Azienda Ospedaliera Sant’Orsola di Bologna – può essere visto come un continuum su una scala progressiva, indubbiamente influenzato dall’alimentazione seguita. Del resto, abbiamo evidenze chiare dell’importanza di modulare l’introduzione di determinati alimenti nel corso di una data terapia così da ridurre gli effetti collaterali che qualsiasi trattamento comporta.”

“Uno degli aspetti da considerare in molte patologie – prosegue il professor Campieri – è rappresentato dalla presenza per tutto l’apparato gastrointestinale di recettori del gusto, del tutto identici a quelli presenti sulla lingua. E’ evidente come la loro funzione sia di distinguere la presenza dei nutrienti, così da avvertire l’organismo della loro presenza/assenza e predisporlo alla loro assimilazione/espulsione. Un ulteriore aspetto da non trascurare è rappresentato dalle modifiche genetiche che l’uomo ha introdotto lungo tutta la catena alimentare nel corso dell’ultimo secolo, con cognizione di causa nel caso delle selezioni e dell’ingegneria genetica alimentare o, più spesso, senza volerlo direttamente, attraverso l’inquinamento del suolo, dell’aria e delle acque. Tutto ciò non può che trasferirsi a livello genetico anche sull’ultimo anello di tale catena, ovvero l’uomo. E la sempre più significativa presenza di intolleranze rappresenta il segnale di una forte pressione selettiva alimentare in corso. La vera domanda, alla quale oggi non vi è risposta, è: chi sopravverrà?”.

In questa visione, l’alimento diventa quindi sempre di più non soltanto “carburante metabolico” per il corretto funzionamento dell’organismo, ma anche e soprattutto elemento “funzionale” a mantenere in salute l’organismo o a fornire risposte a tutti gli effetti biochimiche e farmacologiche a determinate patologie e disfunzioni dell’organismo.

Il tema dell’integrazione tra alimento e salute è un argomento di cruciale interesse economico e sociale. Anche prendendo in considerazione soltanto qualche patologia, si può avere il polso dell’imponente dimensione economica del problema.

Secondo stime del European Heart Network di Brussells, nel 2009 i soli costi sanitari diretti ammontavano per CVD a circa 106 miliardi di euro; per CHD a circa 20 miliardi; per eventi cerebrovascolari ad altri 20 miliardi. I soli costi sanitari sostenuti in Italia erano pari a 14 miliardi di euro per CVD, 2,5 miliardi per CHD e 2,7 per eventi cerebrovascolari (Leal J, Luengo-Fernandez R, Gray A. Economic Costs. In Nichols M, Townsend N, Scarborough P, Rayner M et al. European Cardiovascular Disease Statistics 2012, European Heart Network, Brussels, European Society of Cardiology).

Il “Burden of Disease, Cost and Management of Diabetes in EU5 Countries” della London School of Economics valuta, per l’Italia, una spesa annua complessiva di quasi 8 miliardi di euro per I soli costi sanitari diretti della cura di pazienti diabetici (Kanavos P., van den Aardweg S. and Schurer W., Diabetes expenditure, burden of disease and management in 5 EU countries, LSE Health, London School of Economics, January 2012).

Si pensi infine al tema dell’alimentazione del paziente oncologico: a causa di un aumento del metabolismo basale ad opera delle cellule tumorali, il fisico di tali pazienti è caratterizzato da una marcata riduzione del peso a parità di apporto calorico. Significativa è poi la scoperta che la nausea, che interessa la quasi totalità dei pazienti sottoposti a chemioterapia, possa essere controllata con l’introduzione, nel percorso terapeutico, di particolari alimenti (Ryan JL, Heckler CE, Roscoe JA et al., “Ginger (Zingiber officinale) reduces acute chemotherapy-induced nausea: a URCC CCOP study of 576 patients”, in Supportive care in cancer: official journal of the Multinational Association of Supportive Care in Cancer, July 2012).

Il fenomeno non è certo sfuggito all’industria alimentare. L’interpretazione data è però frutto degli schemi di riferimento ai quali essa è sempre stata abituata: “Comunichiamo al consumatore i benefici, veri o presunti, dei nostri prodotti”; con il risultato che gli organi legislativi comunitari hanno sentito la necessità di creare un corpus legislativo sovranazionale deputato a normare le asserzioni sui benefici medici degli alimenti e a garantire il controllo del rispetto della verità clinica.

Se da un lato, per l’industria, è innegabile il valore creato dalla comunicazione alla popolazione generale della valenza dell’alimentazione come corretto supporto alla salute – valore in realtà ridistribuito alla collettività, vista la non sostenibilità della sanità pubblica solo attraverso la cura della patologia – dall’altro, è fondamentale disegnare nuovi processi di comunicazione ed informazione per la classe medica.

Tale passaggio è infatti fondamentale in quanto, da una parte, il consumatore finale subisce un overload informativo che non è in grado di discriminare da un punto di vista scientifico; dall’altro egli deve affrontare un processo di cambiamento radicale nel suo stile di vita alimentare, cambiamento questo che deve essere necessariamente sostenuto da pareri autorevoli, di fiducia o considerati come tali.

Posto quanto sopra detto, il principale cambio di paradigma che attende l’industria alimentare interessata a sfruttare la convergenza tra salute ed alimento, è rappresentato dalla centralità del processo di comunicazione ed influenzamento 1to1 che l’industria farmaceutica ha da sempre attuato nei confronti della classe medica.

Questo modello, caratteristico dell’industria farmaceutica, è dettato dalla peculiarità della filiera decisionale nella scelta del prodotto “biologicamente attivo” da utilizzare: il decisore d’impiego (medico) non si identifica con l’utilizzatore finale (paziente). In questo modello – anche se oggi lo sviluppo di una maggior conoscenza delle tematiche mediche da parte del grande pubblico, grazie ad un rapido accesso alle informazioni (web, televisione, stampa specializzata) ha in parte modificato la filiera decisionale – il parere vincolante di scelta d’uso spetta sempre e comunque al medico.

Il processo di informazione con il decisore d’impiego (medico), da parte dell’industria alimentare, deve essere allora molto personalizzato ed in grado di fornire una serie di informazioni che consentano una scelta corretta nell’interesse clinico dell’utilizzatore finale (paziente).

Nella costruzione di un rapporto di reale fiducia tra industria e classe medica, deve pertanto essere privilegiato il valore qualitativo di tale relazione.

Quali dunque i temi che l’industria alimentare deve incominciare a porsi?

  • In primo luogo, è fondamentale sviluppare la capacità di individuare quali possano realmente essere gli spazi di azione in termini di aree terapeutiche e patologie sulle quali è possibile incidere date le caratteristiche dei prodotti disponibili; e valutare rispetto ad esse l’opportunità e la sostenibilità economica ottenibile dal consumo dell’alimento in parziale sostituzione del farmaco.
  • E’ poi indubbia la necessità di acquisire una specifica conoscenza e competenza nello sviluppo di un processo di vera e propria informazione clinica alla classe medica, definendo una vera e propria strategia commerciale che integri il flusso di prescrizioni mediche, la gestione di canali di distribuzione tradizionali e nuovi (come, ad esempio, farmacie, centri medici, etc.) ed uno specifico piano di comunicazione che, con le opportune differenze, sappia interagire con consumatori, classe medica, e distribuzione.
  • Da ultimo, è chiave saper integrare nei processi di sviluppo aziendali la capacità di valutare come possano o debbano essere modificati i prodotti disponibili per meglio rispondere a specifiche esigenze terapeutiche; o, ancora, quali possano essere le scelte strategiche di sviluppo di vere e proprie nuove classi di prodotti.

E’ in ogni caso evidente come la qualità, intesa in senso lato, e la sostenibilità debbano essere elementi fondanti di una tale strategia.

Quali invece i possibili ambiti di sviluppo per l’industria farmaceutica?

  • E’ evidente che il primo elemento di possibile collaborazione è l’individuazione di aree di lavoro comune per disegnare un percorso terapeutico integrato farmaco-alimento. La possibilità di ricorrere a determinati protocolli alimentari ha certamente un importante risvolto su compliance della terapia, sostegno (fisico e psicologico) al paziente e limitazione di effetti indesiderati o collaterali della terapia farmacologica; tutto ciò, anche alla luce dei drammatici cambiamenti in atto nelle politiche sanitarie, con un occhio alla riduzione del costo sanitario complessivo della patologia e mettendo finalmente il paziente al centro del processo.
  • Un secondo argomento che dovrebbe spingere l’industria farmaceutica alla ricerca di sinergie con l’industria alimentare è riconducibile alla possibilità di sfruttare il proprio attuale potenziale di contatto con la classe medica per veicolare i nuovi percorsi diagnostico-terapeutici, mettendo a frutto la propria expertise nella gestione della relazione scientifica con la classe medica e garantendosi, in tal modo, la possibilità di negoziare un co-payment dell’attività di informazione medica da parte dell’industria alimentare.
  • Il terzo livello di collaborazione è senz’altro da individuare nella possibilità di gestione condivisa dell’attività di Ricerca e Sviluppo, soprattutto come quella legata alla salute ormai insostenibile da un solo comparto economico. Gli spazi di creazione di valore vanno dunque ricercati nella possibilità di azioni sinergiche tra formulato chimico e formulato alimentare e nella possibilità che l’alimento possa diventare veicolo esso stesso per il trattamento farmacologico.